Il suicidio assistito

Medico e paziente (© auremar - Fotolia)

Man mano che la vita dell’essere umano si allunga – negli ultimi 40 anni le donne hanno un’aspettativa di vita superiore di 12 anni, e gli uomini di 11, parlando ovviamente dei Paesi più avanzati – sorgono i problemi legati alla maggiore insorgenza di malattie mentali e/o fisiche. Questo cambiamento epocale ci mette di fronte a nuovi problemi: quando vivere così a lungo diventa insopportabile, è giusto decidere di porre volontariamente fine alla propria vita? Abbiamo il diritto di poter morire con dignità?

La cosa più giusta da dire è che ognuno risponde alla propria coscienza, ma la questione comincia a porsi anche dal punto di vista del diritto. Alla fine dello scorso anno i cittadini del Massachussets hanno votato contro il Death with dignity Act, un provvedimento legislativo che avrebbe consentito ai cittadini di decidere in che modo morire in caso di aspettativa di vita inferiore ai sei mesi, oppure in caso di dolore/malattia cronica e non curabile. Nel frattempo, in Vermont il Senato ha deliberato delle norme secondo le quali i dottori non sono responsabili né civilmente né penalmente se un paziente terminale chiede loro aiuto nel porre fine alla propria esistenza.

E in Europa? L’unico Stato (che non fa parte dell’Unione) molto chiaro su questi temi è la Svizzera, in cui due associazioni, Dignitas ed Exit, gestiscono cliniche che si occupano di eutanasia e suicidio assistito. Le altre legislazioni europee non sono ancora state adeguate a questi temi, anche se Hollande già in campagna elettorale promise che la Francia affronterà molto presto il problema. Come sempre meno ricettiva su questi temi è l’Italia, in cui sono ancora freschi nella memoria i casi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro.

, , , ,

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un Commento